9/11 di Roberto Pergameno

 

 

Il giorno dopo il quale nulla sarebbe stato più come prima lasciai sulla banchina mia moglie e i miei figli insieme a qualche amico di bordi, e mi diressi verso l’uscita del porto di Valletta con la solita sensazione di precarietà che mi pervade ogni qualvolta parto per un lungo viaggio in barca da solo. In quel caso avrei dovuto navigare senza sosta da Malta a Fiumicino, 500 miglia. Msida  scorreva sulla mia destra, imponente. Vedevo il mare aperto ancora gonfio dopo giorni di burrasca. La meteo dava buono per almeno il primo tratto di mare poi mi sarei dovuto aspettare un rinforzo da NW ma non ero in grado di stabilire a che punto della navigazione ciò sarebbe successo. La barca procedeva decisa verso largo, il pilota automatico lavorava correttamente mentre io riponevo le cime di ormeggio e i parabordi. Appena fu tutto in ordine tirai su la randa ed aprii il genoa. Entrambe le vele sbattevano al vento facendo vibrare la barca. Andai al timone, spensi il pilota automatico e poggiai. Il vento gonfiò le vele, la barca sbandò di qualche grado e prese a solcare le onde con passo regolare. Spento il  motore non rimaneva che il rumore del vento e del mare a farmi compagnia. Rotta per 030°, prua verso Porto Palo, estremità sud orientale della Sicilia. L’estate era trascorsa tra regate e crociere veleggiando nel sud Tirreno e nel Canale di Sicilia. Tre mesi in giro alternando sport, turismo, relax, natura, avventura, tutti gli elementi che compongono il grande affresco della vela d’altura. Adesso però era ora di tornare a casa e, come speso succede, ero rimasto solo. Gli amici erano dovuti tornare a lavoro, mia moglie aveva anche lei finito le ferie ed i bambini li attendeva la scuola. Non rimaneva, come sempre, che prendere il mare da solo e tornare a Fiumicino. La giornata trascorse tranquilla così come la notte. Il mattino successivo all’alba stavo navigando sotto un bel vento di scirocco verso lo Stretto di Messina. Lo spettacolo era incredibile, il sole si alzava da dietro le montagne calabre e illuminava l’Etna che svettava ad Ovest. Scilla e Cariddi, che pure sembravano vicini tanto era terza l’aria, non mi avrebbero salutato al passaggio prima di sera. All’uscita dallo Stretto fui colto da un primo groppo che anticipava il cambiamento di clima. Il vento rinforzò girando da Ovest, le onde cominciarono a crescere di altezza e frequenza. Ascoltai il bollettino mentre la barca procedeva veloce con rotta 290°. “Vento da Ovest/Nord Ovest forza 4 in aumento e rotazione da Nord Ovest, tendenza per le 12 ore successive rinforzo fino a burrasca”. Notizie decisamente cattive. Cosa fare? Buon senso avrebbe suggerito di fermarsi a attendere un tempo più clemente. Il porto più vicino però era Messina ed avrei dovuto tornare indietro diverse miglia per raggiungerlo. Davanti a me avevo le Isole Eolie e quindi decisi che avrei provato ad andare avanti ancora un po. Navigare da solo crea problemi di vario tipo, sia tecnici che organizzativi. La maggiore difficoltà viene però dalla testa, la psiche. Le emozioni che normalmente si provano in mare aperto di fronte a fenomeni meteo che siamo abituati a vedere stando comodamente in casa vengono, stando da soli, moltiplicate, ampliate fino a diventare, qualche volta, persino insopportabili. Questa è la situazione migliore per cacciarsi in qualche guaio. Pensai a questo quando mi arrivò addosso un treno di tre onde ripide e dure che scossero la barca facendo vibrare l’albero e cadere alcuni oggetti sotto coperta. Era il segnale che non avrei potuto continuare a navigare molto oltre. Una rapida occhiata alla carta nautica e la decisione è presa: “vado verso Tropea, in due ore sono al riparo”. Il mare ed il vento ora erano di poppa e la barca navigava veloce e stabile. Gli effetti della burrasca in arrivo attenuati, l’animo rassicurato. Una sigaretta, una birra e le luci del paese prima e del porto poi che si avvicinano e rilassano rassicuranti. Verso le 23,30 accostai alla banchina del porto di Tropea mentre fuori il mare cominciava a frangere impetuoso oltre la scogliera dell’angiporto. Mi accertai che l’ormeggio fosse ben fatto e mi infilai in cuccetta sprofondando in un sonno profondo. La mattina seguente con il sole già bello alto uscii dalla barca per accertarmi sulle condizioni meteo. Cielo coperto, vento forte, mare formato. Non c’è nulla da fare, bisogna solo aspettare che passi la burrasca. L’intera giornata del 10 settembre trascorse tra passeggiate in paese, qualche spesa per rifornire la cambusa e l’ascolto del meteo sul canale 68 del VHF. Secondo le previsioni forse avrei potuto riprendere la mia navigazione il giorno seguente. La mattina dell’11 settembre 2001 la situazione continuava ad essere critica, non come i giorni precedenti, ma ancora non si poteva dire passata la buriana. Non c’è nulla che innervosisce di più di dover aspettare che cambi il tempo per partire. Ore di nervosismo e noia, di frenesia e rassegnazione. A metà giornata la situazione sembrava cominciare a virare verso il bello ma il mare rimaneva piuttosto mosso anche se il vento cominciava a mollare. Decisi di partire la notte successiva. Di solito dopo il tramonto, alla fine di una burrasca, il vento cala e il mare comincia a calmarsi ed io decisi che proprio quello era il momento giusto per mollare gli ormeggi. Andai in paese a fare la spesa. Tornai con le provviste per i prossimi tre giorni più una bistecca da mezzo chilo ed una bottiglia di Cirò. Avrei mangiato la bistecca accompagnata dall’intera bottiglia di vino verso le 19,00 così da essere sicuro di avere abbastanza sonno per addormentarmi subito dopo il tramonto. Verso le 2,00 mi sarei svegliato e sarei partito. Ma le cose non andarono proprio così. Verso le 16,00 squillò il telefono: “Papà sono Jacopo, hanno bombardato New York”. Fermi tutti, come sarebbe a dire hanno bombardato New York, chi ha bombardato New York e come si fa a bombardare una città così senza che nessuno li fermi. Corro in un bar, hanno la TV accesa. Comincio a capire quello che stava succedendo. Si dice che ci siano altri aerei in volo e che potrebbero schiantarsi su altri obiettivi. Il fatto è grave ma ancora più grave è che non si riesce a calcolare le conseguenze di tutto ciò. Io comincio ad agitarmi, sono solo, a 300 miglia da casa e con un mezzo lento che non mi consente di correre a ricongiungermi alla mia famiglia. La decisione è presto presa: parto immediatamente. Corro al porto, armo la barca e salpo. Alle 18,00 sono in rotta verso Capri con la radio sintonizzata sul giornale radio. Scende la sera ed io rimango in una condizione surreale. E’ buio, fa freddo, c’è ancora mare, sono solo con la radio che mi vomita addosso ogni sorta di notizia e gli americani che hanno spento il segnale satellitare per cui sono anche senza GPS. Non importa,  navigherò come si faceva una volta con la “stimata”, il Tirreno non è un oceano, da qualche parte prima o poi finirò. Qui comincia un’altra storia, la storia della notte più surreale della mia vita. Una congenie di emozioni, sentimenti, notizie, rabbia e dolore. Un incredibile mix di storie, racconti realtà diverse che si incrociano senza senso. I collegamenti con le varie città americane e le capitali europee si accavallano e si alternano con inverosimili collegamenti con lo stadio Olimpico di Roma dove si gioca la più raccapricciante e kafkiana delle partite di calcio, Roma - Real Madrid. Navigai tutta la notte e tutto il giorno seguente perdendo a tratti il segnale radio e rimanendo, in quei momenti, in un totale spettrale silenzio. La solitudine in mare tanto apprezzata e desiderata diventò un incubo, la barca, la tanto amata barca la peggiore delle prigioni. Alle 18,00 del 12 settembre gettai l’ancora davanti ai Faraglioni di Capri. Qualche ora di riposo e una pasta calda per riprendermi. Verso mezzanotte, in una delle notti più limpide che ricordi, sono ripartito costeggiando il versante Sud occidentale dell’isola. Tutto intorno il buio interrotto dalle luci delle lampare dei piccoli barchini da pesca disseminati qua e la. Una magia che doveva completarsi con una visione felliniana. Pian piano vedo uscire da dietro l’isola la prua di una nave da crociera. La più bella e luminosa nave mai vista. Una teoria di luci lungo la murata, la tolda, le antenne, avanza maestosa. Per me è plausibile, viene dalla direzione di dove si trova il Porto di Napoli e va verso largo. Penso che anche loro staranno vedendo alla TV le immagini ormai note dell’attacco alle torri, anche loro vivranno la mia stessa angoscia. La nave rallenta, poi si ferma del tutto. Io proseguo con crescente timore. Sembra che si sia fermata davanti a me non riesco a valutarne la distanza. Credo di vedere la poppa, più buia, più maestosa. Passano minuti che sembrano ore, il dubbio, l’incertezza mi pervadono. Scendo sotto coperta, guardo la carta, torno fuori, la nave è sempre li ma meno nitida, meno riconoscibile di prima. Avanzo sperando che non faccia movimenti strani, ma come potrebbe una nave così grande muoversi repentinamente. E come è possibile che si sia fermata in così poco tempo. Scendo ancora al carteggio, esco con la bussola da rilevamento leggo 272° scendo, punto 272 sulla mia prua, è Ischia. La nave è un’isola, illuminata. I lampioni ungo le strade come file di oblò, la cima del monte come la tolda, le antenne a terra come quelle a riva della nave. Come in un film di Fellini l’immagine si dissolve e la realtà emerge dal sogno. Riprendo il mio viaggio verso casa. Poco ancora e Ischia scorre sulla mia dritta. La navigazione è durata ancora un giorno ed una notte. All’alba del 14 settembre ho attraccato alla banchina della darsena di Fiumicino. I miei ricordi però si fermano alla nave/isola come metafora, come realtà e immaginazione che si rincorrono come si sono rincorsi timori, dubbi, notizie, verità e bugie, opinioni, pianto e disperazione in quei giorni e quelle notti diverse da tutte quelle vissute in barca prima e dopo.

   Scrivimi

 

Alisea è a fianco di:

Non mancate di visitare il fotoalbum di Alisea!!

http://fotoalbum3.aruba.it/fotoalbum_ilviaggiodialisea_it/index.html

La pagina dedicata ai cetacei contiene immagini ed informazioni.

GUARDA I FILMATI DEI DELFINI: FILM 1  FILM 2

Questa pagina è dedicata ai racconti. Racconti di mare e di vita. Scritti da me e da chiunque voglia pubblicare qualcosa. Non sono ancora in grado di ridurre il testo in icona (prima o poi troverò qualche anima buona che mi aiuterà a farlo) per cui i testi dovranno essere scritti in sequenza e questo, almeno nei primi tempi, sarà un limite al numero delle pubblicazioni. Quando vrò risolto questo problema pubblicherò altre cose con l’aiuto, spero, anche di altre persone. Buona lettura

I delfini di Capitan Coraggio

Di Isabella Caporaletti

 

A bordo della nave Armaglia, una bella nave mercantile a due alberi, c’erano una ciurma di venti marinai e un Capitano. La nave Armaglia, era una nave addetta al trasporto delle merci ed era sempre seguita da una coppia di delfini ai quali il Capitano, ogni tanto gettava un succulento pesciolino.

Il Capitano Baffodorato, era un uomo molto alto e molto bello. Si diceva che avesse una donna per ogni porto che aveva visitato; e dire che ne avevano visitati di porti! Si diceva anche che avesse rubato un po’ dell’azzurro del mare per i suoi occhi, tanto erano inquietanti e profondi. Con la sua ciurma era molto esigente e anche un po’ burbero.

“Muovetevi, razza di sfaticati!” gridava quando dovevano ammainare le vele.

“Vi ha morso il pesce ragno?” gridava quando li vedeva senza fare niente.

Un giorno, la nave fu arpionata da un vascello pirata e i malandrini si impadronirono del carico e fecero prigionieri tutti i marinai e il bel capitano.

“Tenetevi il carico ma risparmiate i miei uomini!” Disse il Capitano Baffodorato ai pirati.

“Non se ne parla neanche!” Rispose il Capitano dei pirati. “E’ bottino di guerra! Altrimenti che divertimento ci sarebbe?”

“Visto che il Signor Capitano vuole divertirsi” disse il Capitano Baffodorato, “propongo una scommessa!”

“Bene, bene” rispose quello “mi piacciono le scommesse. Dunque, cosa proponi?”

“Allora la scommessa è questa: voi mi legate in cima all’albero maestro esposto al sole ed alle intemperie, senza cibo né acqua. Per ogni giorno che passerà senza che io muoia, voi libererete un mio uomo tirandolo a sorte. La liberazione dovrà avvenire al tramonto. Che ne dici? E’ abbastanza divertente?”

“Si! Si!” Rispose il pirata saltellando. “E’ molto divertente. Tanto vinco io. Si che vinco. Non passerà un solo giorno prima che tu mi implori di tirarti giù e perderai la scommessa!”

“Il bel Capitano Baffodorato fu legato con una spessa fune in cima all’albero maestro e, come da lui stesso proposto, fu lasciato senza acqua e senza cibo.

Alla sera del primo giorno il Capitano pirata salì a vedere come fosse la situazione.

“Allora? Come andiamo prode Capitano?”

“Devi liberare uno dei miei uomini! Hai promesso!”

Il pirata mantenne la sua promessa e fece accompagnare uno dei marinai estratto a sorte, sulla spiaggia di quel luogo.

La sera del secondo giorno, il Capitano era già sofferente ma non si lamentò neanche una volta. Così il pirata fu costretto a liberare un altro prigioniero.

Al terzo giorno ancora non aveva emesso un lamento e così al quarto e al quinto. Dopo una settimana, quando già sei dei suoi uomini erano stati rilasciati, scoppiò un violento temporale. “Vedrete che tra un po’ mi chiederà di essere tirato giù per paura dei fulmini, così vincerò la scommessa!” Dichiarava il pirata con sarcasmo ai suoi uomini.

Il pover’uomo, invece, ne approfittò per bere quanta più acqua piovana poté.  Così al pirata, non restò altro che liberare il settimo prigioniero.

Passarono otto, nove, quindici giorni e Baffodorato era ridotto ad uno stato pietoso, ma non solo resisteva, ma non si lamentava mai.

Il Capitano dei pirati che, onorando la promessa, liberava un prigioniero per sera, si incuriosì molto e, parlando con Baffodorato, cercò di convincerlo che non valeva la pena soffrire così tanto per una ciurma di marinai rozzi e ignoranti, che se avesse deciso di abbandonare l’impresa, avrebbe avuto salva la sua vita per il grande coraggio dimostrato. Ma Baffodorato non ne volle sapere e continuò imperterrito a liberare altri prigionieri.

Arrivarono al ventesimo prigioniero, il mozzo, un giovanotto che era ridotto uno straccio per via dell’attesa. Questi parlò al suo capitano: “Sono rimasto solo io, ma se vuoi, rinuncia, alla tua scommessa, o non  arriverai a stasera per come sei malridotto. Io ho buone probabilità di cavarmela da solo!”

Il Capitano Baffodorato, che ormai soffriva terribilmente la sete e la fame, aveva mille piaghe in tutto il corpo e non aveva più un muscolo che non gli facesse un male cane, gli strizzò l’occhio ed al giovane prigioniero, non rimase altro che aspettare di essere liberato.

Alla sera, quando l’ultimo marinaio lasciò la nave sulla scialuppa che aveva fatto la spola con la terraferma venti volte, il Capitano Baffodorato si accasciò in fin di vita.

Il pirata diede l’ordine di tirarlo giù e, per la rabbia, lo fece gettare in mare.

“Sarai cibo per gli squali, maledetto testardo!”

Il Capitano Baffodorato, completamente incosciente, cadde in acqua e affondò subito. Ma dopo un po’, lontano dalla sua nave ormai persa, due delfini, che non avevano mai smesso di seguirlo, tenendogli il viso fuori dall’acqua, lo trainarono verso la riva lasciandolo adagiarsi sulla spiaggia. I suoi uomini, che erano stati tutti scaricati sulla spiaggia, lo videro e gli prestarono soccorso.

Da quel giorno cambiarono il suo nome in Capitan Coraggio.

Si narra che anche ora che è un venerabile vecchio, i suoi uomini, i figli dei suoi uomini, e i nipotini dei suoi uomini, vengano a trovarlo. Non passa giorno che non abbia una visita.