Il Viaggio di Alisea

 

Capitolo secondo

 

Aspettando lo scafo

 

 

                 Non ricordo quando vidi per la prima volta i delfini giocare con la prua di una nave. Deve essere stato molti anni fa, da bambino, in uno dei tanti viaggi da o verso Cagliari. A quel tempo la mia famiglia “emigrò” per alcuni anni in Sardegna. Attraversavamo il Tirreno come fosse un fossato tra due esistenze distinte e separate. Ognuno di noi fuggiva da qualcosa o da qualcuno, magari inconsapevolmente. Io non lo sapevo, non me ne rendevo conto, ma stavo costruendo dentro di me un muro che non avrei più saputo scavalcare a ritroso. Ricordo, però, quel periodo come l’unico sereno della mia infanzia. Sarà per questo che i delfini, che rappresentavano il ritorno verso quella sorta di terra promessa che doveva sembrarmi allora la Sardegna, ne sono rimasti la rappresentazione iconica. Non ricordo la prima volta ma ricordo sicuramente l’ultima. Fu la scorsa estate in un trasferimento notturno a Ponza. Con le prime luci dell’alba arrivavano a fare compagnia all’assonnato skipper. E poi questo inverno durante uno dei nostri improbabili allenamenti con Lunatica. Il buon Pino Aiello non aveva voglia di rischiare la sua creatura mettendola nelle mani di un equipaggio di scellerati e noi non avevamo voglia di starlo a sentire. Così sono arrivati loro, i delfini, provvidenziali a farci scaricare un po di tensione. Tra questi due momenti, sicuramente così lontani tra loro, una serie di altri incontri. Quando in branco, a volte in numero elevatissimo di esemplari, quando in coppia o in piccoli gruppi, i delfini hanno sempre rappresentato un momento magico della navigazione. Ricordo con piacere in modo particolare le espressioni dei bambini alla vista di quelli che sono, nel loro immaginario, gli animali più simili a loro. Giocosi, semplici e comunicativi come solo un bambino, prima di perdere per sempre serenità e purezza, sa essere, sono da loro i più apprezzati e amati. Ogni volta che li abbiamo incontrati in mare mentre erano presenti a bordo dei bambini, è stata una festa particolare con le loro grida, i tentativi di richiamo, la meraviglia di vedere che esistono anche in mare aperto e non solo nelle vasche degli acqua park o sulle foto di copertina dei loro quaderni di scuola. E poi le balene. Le ho cercate, inutilmente, in posti magici come il Mar di Cortez ma era la stagione in cui si trasferiscono nei freddi nel nord Pacifico e non sguazzano sonnacchiose nelle calde acque della Baja California come avviene in inverno quando le femmine vanno li a partorire i loro piccoli. Le ho cercate nel triangolo dei cetacei incontrandone solo una, purtroppo morta, al largo di Bastia. Poi, inattese, sono arrivati a far bella mostra di se tre esemplari 50 miglia al largo di Salerno tra Capri e Vulcano. Ero solo quel giorno in barca, dovevo trasferirmi a Troppa per poi proseguire per le Eolie insieme a mio figlio Jacopo e da li a Malta insieme al resto della famiglia. Il mare si animò in lontananza ed io credetti si trattasse di delfini, ne avevo incontrati molti alcune ore prima. Poi qualcosa attirò la mia attenzione, una grossa pinna. Una balena. Rimasi letteralmente senza fiato per l’emozione. Mi avvicinai lentamente a motore sperando di non spaventarla. Vidi un altro esemplare affiorare con il dorso e, per ultimo, un terzo balenottero molto più piccolo. Era una famiglia. I due adulti erano lunghi quanto Albot, 12 metri circa, il piccolo era più o meno la metà dei genitori. Rimasi con loro più di mezz’ora parlando da solo come uno scemo. Incredulo ed  affascinato mi guardavo intorno stupito di trovarmi in un luogo divenuto di colpo così magico. Fortunatamente avevo con me la macchinetta fotografica con la quale scattai molte foto che credevo mi avrebbero fatto rivivere le stesse emozioni condividendole con altre persone. Invece, al momento di ritirarle dopo la stampa, mi resi subito conto che, per quanto indicative, esse non davano neppure lontanamente il senso di quell’incontro.

 

Ho gli occhi pieni di mare.

Ho l’anima che come una medusa

Biancheggia, nottambula, in cresta

Al fluttuare violento dell’acqua.

Dell’acqua, rigonfia d’ignoto;

Dell’ombra, ch’è tiepida di te.

Corrado Calabrò “Poesie d’amore”

 

Quando pensai alla nuova barca per la prima volta mi vennero in mente le balene ed i delfini. Pensai che loro potevano diventare una ragione in più per andare per mare. Dopo tutto per quanto si cerchi di esserne rispettosi il mare rappresenta il loro regno, non il nostro. Noi siamo degli invasori che sfruttano, per il proprio piacere, un elemento che rappresenta per pesci, mammiferi e flora l’habitat naturale e il motivo della loro esistenza in vita. Se dovessimo portare, come purtroppo avviene, dei colpi mortali a questo ambiente tutti gli abitanti del mare troverebbero una fine orrenda. Sembra un discorso pessimistico ma non è altro che una semplice presa d’atto della realtà; il mare è malato perché gli uomini lo sono. Malati di egoismo, insensibilità, indifferenza, gli esseri umani prima ancora di essere un pericolo per se stessi sono un pericolo per le altre specie viventi. Sarà perché, come dice Borges, l’uomo è l’unico animale mortale, non riusciamo a vedere oltre il tempo biologico che ci è dato in dono. Gli animali che non hanno il senso della vita e della morte e che per questo non sanno darsi una scadenza hanno un istintivo senso di conservazione che li porta a vivere in armonia con l’ambiente che loro sentono essere eterno come, erroneamente, credono di se stessi. Fu in quel periodo che venni a contatto con Battibaleno, un’associazione che si occupa di tutela dell’ambiente marino e di monitoraggio dei cetacei. In uno dei miei soliti slanci d’impeto contattai il presidente Alberto Marco Gattoni che incontrai a Genova durante il salone. Ci siamo piaciuti e così Alisea sarà una barca che avrà a bordo una serie di schede di riconoscimento delle varie famiglie di cetacei e una scheda di rilevamento di esemplari. Con questa attrezzatura conto di essere di aiuto all’attività dell’associazione e di dedicare una parte del mio tempo e dell’uso della barca alla sensibilizzazione verso tematiche naturalistiche e di tutela dell’ambiente marino e dei suoi abitanti. E’ solo una goccia nell’oceano dei problemi che affliggono l’ambiente ma sentivo e sento di doverlo fare. Siamo fruitori di un ambiente che appartiene anche e specialmente ad altri esseri viventi che non hanno mezzi per difendersi, dobbiamo essere noi a tutelarli e con loro tuteliamo anche l’habitat che abbiamo scelto come scenario per le nostre avventure di terraioli in trasferta.

 

 

Aspettare l’arrivo dello scafo è diventato più logorante che prendere la decisione di avviare l’operazione. Il cantiere ritarda, i tempi si allungano ed io ho la disgrazia (so che farà ridere più d’uno ma di questo si ratta) di avere un sacco di tempo libero. Tempo che finisco inevitabilmente per sprecare, gettare letteralmente dalla finestra. Ogni sera penso alle cose che voglio fare il giorno seguente (piccole riparazioni, mettere ordine in cantina, sistemare un po la contabilità sospesa ecc.) e sistematicamente mi prende un’ansia mista ad apatia che mi porta a trascorrerete intere giornate davanti al computer navigando tra siti visiti e rivisti, rileggendo tabelle, elenchi di materiali, pagine excel con preventivi approssimativi e parziali consuntivi. Poi arriva la visita al cantiere, ovviamente nel giorno più freddo e piovoso dell’anno. Minaccia neve, forse la Protezione Civile manderà un avviso di prossima calamità naturale, c’è l’invasione delle cavallette “Oh Jack!” “Possiamo andare” e si va. In macchina, perché devo ritirare il materiale ordinato da Osculati e da Quick. E poi devo anche passare da Punta Ala per vedere dei winch Lewmar che potrebbero essere utili. Parto talmente presto che alle 9,15 sono in cantiere a Collesalvetti. Per evitare di arrivare troppo presto mi sono anche fermato a fare colazione e poi dal giornalaio. Faccio finta di nulla ma sono attizzato come un pezzo di carbone ardente. Vedo lo scafo, è rovesciato, è grande anzi immenso. Mi fa letteralmente paura. Lo guardo qualche secondo poi esco e vado negli uffici del cantiere. Sembrerà strano ma mi ha terrorizzato, voglio aspettare che sia rovesciato e che somigli di più alla barca che ho in mente poi ne riparleremo, per ora devo fare uno sforzo incredibile per non soffocare di paura. Non so che tipo di paura sia, se si tratta del timore di non farcela a riempirla di tutto quello che serve o se ho paura di non saperla gestire. Poi mi riprendo, penso che alla fine  tra questa ed una un po più piccola non ci sono differenze tecniche e/o maggiori difficoltà, ricordo a me stesso le lunghe navigate al comando di barche anche più grandi di questa, insomma, mi faccio coraggio. E’ il tempo delle decisioni irrevocabili: facciamo il timone a skeg integrale o semi compensato? Lei che mi consiglia? Non so la barca è sua, come lo vuole? Il progettista è in Sud Africa o negli USA ed io sto qui, a Collesalvetti, provincia di Livorno, Italia. Vada per il semicompensato. La falchetta la lasciamo strutturale o la applichiamo sulla coperta? Vediamo la coperta, avrà pendenze? L’acqua scorrerà fino allo specchio di poppa? Ad averla ce l’ha la pendenza ha un cavallino bello pronunciato ma la poppa è 14 metri più indietro. Facciamo una risega all’altezza delle bitte di baglio che serva anche da deflusso delle acque. Vada per la risega. E via decidendo. Mille piccoli dettagli che, alla fine, possono fare la differenza tra una barca fatta come si deve ed una così così.

 

Quando si cerca di capire come mai i conti di una barca possono sfuggire di mano si dice sempre che alla fine qualcosa di imprevisto viene fuori e fa saltare il banco. Il mio imprevista si è fatto vivo il 19 gennaio 2005 alle ore 10,42: “Signor Pergameno abbiamo un problema con la zavorra”. Perché uno deve avere un problema con la zavorra, la prendi, la fondi e la tappi, come fan tutti. Ma le cose a volte non sono così semplici. Io pensavo che loro avrebbero riempito la deriva dei 4000 kg di piombo fuso che servono a non andare al creatore alla prima onda. Loro sul contratto non avevano parlato di zavorra. Ergo il cantiere vuole sapere: se montiamo il fondo della sentina, le basi per il motore sopra il fondo della sentina, il motore sopra le basi come fa lei caro cliente sprovveduto a colare nella deriva 4000 dicasi 4000 chili di piombo fuso nella deriva? La domanda non fa una piega, la soluzione è anche semplice ma non indolore. Voi fate la fusione prima di fare le altre cose e mi dite quanto è la spesa. Semplice come staccare un assegno di 8000 euro. Sedici milioni del vecchio conio, come dice qualcuno più ricco di me….Ma quanto costano le banane a Palermo? E quanto costa il piombo a Piombino….voglio dire a Livorno? Sono un euro e venti al chilo (più o meno come la cicoria) più la manodopera, e comunque ci vorrà almeno una settimana per avere il materiale e la consegna slitta almeno di una quindicina di giorni, andiamo avanti? Fermi un attimino, dove lo prendete il piombo da Bulgari? Datemi un paio di giorni e poi decidiamo. Prendo la macchina carica di materiale e mi avvio verso Punta Ala. Mentre guido (praticamente con i gomiti) mangio un panino e, contemporaneamente, parlo al telefono senza auricolare (farebbero euro 180,45 di multa più sottrazione di 5 punti alla patente) col prode Ettore Pandimiglio: “Ettore, ma quanto costa il piombo” “Mille lire al chilo, forse meno”. Come le carote in offerta speciale alla Coop e non come la cicoria alla SMA. Mi rianimo, chiamo il cantiere e gli dico che ho trovato il piombo al prezzo delle carote in offerta, certo non sono lingotti Cartier, sono recuperi industriali ma noi dobbiamo farne una fusione in chiglia non un diadema. La fregatura rimane ma si ridimensiona di molto, fa esattamente il 60% in meno. E si perché alla fine il prode Pandimiglio il piombazzo me lo trova a 0,45 cents al chilo, nemmeno il prezzo del sedano su una bancarella al mercato del mercoledì. Se questa barca mi verrà a costare una cifra accettabile sarà anche, e forse soprattutto, per via della mia caparbietà a non sottostare ai prezzi di mercato. La stessa caparbietà che, pochi minuti dopo questo fatto mi ha portato ad acquistare due Lewmar 56 praticamente perfetti che facevano bella mostra di se nel cofano di una fiammante Jaguar a 1500 euro la coppia contro i 1588 euro l’uno più IVA del nuovo già con sconto cantiere.

 

Quando pensi di affidare la costruzione dello scafo ad un cantiere e rinunci alla scellerata idea di fartelo da solo, lo fai essenzialmente per motivi tecnici. Il cantiere fa quello di mestiere, tu gli dai il progetto, loro ti fanno lo scafo. Dato che ormai abbiamo imparato dalle prime esperienze fin qui narrate che nulla è così facile e scontato quando si tratta di nautica, la prima cosa che ti dicono è che va bene il disegno su carta ma ci vuole il CAD. Se uno non sa di cosa si tratta rimane un momento basito. Per millenni si è costruito facendo schizzi su carta adesso a che serve sto CAD? A fare un bel programma informatico che consente di tagliare i pezzi della barca al laser con precisione millimetrica. Mecojoni!! Guardi la faccia dell’interlocutore poi abbassi lo sguardo e ti imbatti nella pubblicità della mostra sui disegni tecnici di Leonardo da Vinci che fa bella mostra di se sulle pagine locali di un giornale toscano. E pensi “Perché lui si ed io no? Perché lui può fare un disegno approssimativo di una girandolina e noi dopo 500 anni diciamo “To, il primo elicottero” ed io ti do 38 piani tecnici dettagliati in tutte le scale possibili fatte da un architetto vivente e a distanza di e-mail e tu non dici “Bene a primo sguardo mi sembra una barca” e ti metti a costruirla?” Non vi azzardate mai a fare una domanda del genere, ci vuole il CAD. E sia, facciamo anche questo, e sono altri 5000,00 euro. Però ti consoli, con il CAD per lo meno non ci sono errori, si va come treni e per il 25 dicembre ho a casa lo scafo con tanto di lucette alberello e presepe. Non se ne parla nemmeno.

 

A metà novembre dopo insistenze e comportamenti pinocchieschi da parte dei responsabili del cantiere vado finalmente a vedere la mia creatura. Mi aspetto di vederla almeno con un primo gonnellino se non con il vestito delle feste e invece, dopo essere entrato in un capannone accogliente come la stiva vuota di una nave incagliata sulla banchisa polare, mi trovo davanti ad un esserino secco e smilzo come un chiodo, nudo ed incerto come il piccolo di un elefante appena partorito. Era Alisea. Silenzio, sgomento, mestizia infinita e grande delusione. Tra quindici giorni questo “coso”qui dovrebbe fare bella mostra di se in forma di smagliante scafo nel piazzale di Iniziative Nautiche a Fiumicno ed invece è ancora li che sembra i resti di un carro del carnevale di Viareggio andato a fuoco. “Abbiamo un ritardo dovuto al protrarsi di lavori precedenti ma adesso è tutto a posto. Da qui in avanti lavoreremo a tempo pieno sulla sua barca e vedrà che subito dopo le feste è finita”. Non era così, ovviamente. La verità era ed è ancora adesso un’altra. Quando un  architetto fa un progetto su un gran numero di fogli il cantiere, l’artigiano, l’autocostruttore, il pirla di turno insomma ne può sbagliare uno poi si accorge dell’errore e al prossimo presta più attenzione. Quando le barche si fanno con i sistemi informatici basta una funzione sbagliata e tutti i prospetti sono fuori misura. Io spendo 5000,00 euro per fare le cose precise e veloci e l’operatore sbaglia non so quale funzione del CAD e i pezzi che arrivano al cantiere per la costruzione della barca sono tutti fuori dimensione, da buttare. E’ vero che io la barca la pago a peso per cui il problema è del cantiere ma intanto io sto a casa a fare Penelope e il mio scafo naviga per tutto il Mediterraneo. Per farla breve questo scafo è stato fatto praticamente due volte. Dopo aver constatato che le lamiere dello scafo erano sbagliate, averle ritagliate e riassemblato lo scafo il pericolo sembrava scampato. Lo scafo viene girato e si comincia a montare la coperta, si comincia soltanto però perché anche le lamiere della coperta hanno dei problemi. Dal cantiere mi dicono che stanno andando avanti e indietro con Genova dove sta il fornitore delle lamiere. Dovrei essere solidale con i loro problemi ma non ci riesco, sono incazzato come una bestia. Questo ritardo non comporta soltanto un problema di tempi. La barca non sarà più pronta per l’estate come era nei programmi e questo è sicuramente un inconveniente di una certa gravità. Il fatto è che per intraprendere un’impresa di questo tipo bisogna essere anche un po folli e la follia va alimentata con l’azione. Se uno se ne sta a casa per tre mesi senza fare un cazzo prima o poi si deprime. E è quello che sta succedendo a me. Per una serie di circostanze che al momento mi sembravano addirittura profetiche, non ho impegni dal 23 dicembre al 15 marzo. Roba da far venire l’ittero dall’invidia a chiunque. A me questo tempo sembrava assolutamente ideale per dedicarlo ai lavori sulla barca. Adesso invece maledico tutto il tempo che ho per pensare e ripensare a questa cosa, avrò fatto bene, sarà stata una buona idea, mi costerà il giusto, ce la farò a pagarla…..e via preoccupandomi. Di giorno, sbattendomi a destra e sinistra e di notte rischiando l’insonnia. Siamo a metà febbraio e lei, Alisea,  è ancora sotto i ferri ed io, se continua così, ci andrò presto!!!

 

 

Le ultime settimane di lavoro in cantiere sono state, al tempo stesso, stressanti ed esaltanti. Dopo essere stata girata e assemblata Alisea prende un aspetto un po più decente, fa comunque impressione. E’ grande, enorme, la pancia gonfia e piena di supporti, il colore verde militare la fa somigliare ad un mezzo da sbarco dell’esercito americano. Devo confessare che in quel periodo ho avuto una serie di ripensamenti che mi hanno portato a credere, ad un certo punto, di aver sbagliato a costruire una barca così. La vedevo grande, tozza, con la poppa ancora indefinita ed indefinibile, con la prospettiva che fosse molto più pesante del previsto. Questa storia del peso si è trascinata avanti fino all’ultimo. Quando ho firmato il contratto con il cantiere abbiamo fatto una previsione di peso di 6000 kg, il che portava il prezzo dello scafo intorno ai 27.000,00 €, con conguaglio una volta pesata la barca. Quando è stata girata fu fatta una stima e i calcoli portavano ad un peso di molto superiore ai 7000 Kg. Questo voleva dire da una parte un aumento considerevole dei costi e dall’altra un peso che poteva risultare eccessivo. L’ultimo mese di gestazione è trascorso così tra dubbi, incertezze, soluzione di dettagli che messi insieme formavano un secondo progetto parallelo. Ordinate, correnti, piatti, assemblaggio delle lamiere da una parte; posizionamento del musone, gavone dell’ancora, paratia stagna, posizione del settore, lunghezza dell’asse del timone, percorso dei frenelli, scelta tecnica sul modello della pala del timone e mille altri dettagli dall’altra. Due barche, una dentro l’altra, quella con la pancia grossa e tozza e quella delle sue piccole parti assemblate. E ogni volta una scelta, ogni volta una decisione da prendere con la paura di sbagliare, di fare la cazzata che ti rovina tutto. Poi è arrivato il 18 marzo, giorno in cui Alisea ha lasciato la pancia del cantiere. Non è stato un  parto facile. Una gru ha dovuto trascinarla fino all’imbocco del grande capannone per poterla imbracare e adagiare su un invaso predisposto all’esterno. Al momento dei passare per il cancello però, ci si è accorti che il baglio massimo era eccessivo e che una barca di alluminio di 15 metri in allestimento a ridosso dell’uscita ne impediva il passaggio. Dopo un breve consulto, con mio grande stupore, il capo cantiere ha preso la fiamma ossidrica ed ha tagliato due ordinate della barca in costruzione. Crede che se l’armatore avesse visto una scena del genere avrebbe avuto un infarto. E’ vero che una volta risaldate le ordinate hanno la stessa resistenza di prima ma ve la immaginate la scena? Questa operazione ha consentito, comunque, di arrivare fino alla soglia del capannone. Ora serviva un ultimo sforzo. La gru, all’esterno, imbracava Alisea metro su metro e, come un enorme fornice, portava il grande scafo fuori del capannone. Dopo oltre due ore di questo lavoro il parto, podalico, era concluso e Alisea poteva finalmente riposare sul suo invaso nuovo. Il fine settimana successivo è trascorso finendo gli ultimi lavori tra cui la verniciatura con un primer epossidico che ha dato allo scafo un colore appena più accettabile del verde militare originario, adesso era grigia.

 

Il tanto agognato trasporto da Collesalvetti a Fiumicino avviene, non senza ulteriori incertezze dell’ultimo minuto, il 22 marzo. Andiamo su la mattina presto, io e il buon Pino Aiello. Sono emozionato, trepidante, ho paura di qualche problema imprevisto. All’arrivo Pino si lascia andare ad una espressione di sorpresa, lo scafo gli appariva molto più slanciato e bello di quanto se lo fosse immaginato. Delle due l’una o si era fatta l’idea di una sorta di mezzo anfibio da sbarco o la barca era davvero bella. Sia come sia lo prendo come un grande incoraggiamento. Anche a me adesso questo scafo piace, finalmente si dirada la nebbia che ha oppresso la mia mente nelle ultime settimane, adesso so che, comunque vada a finire, sarò contento di questa barca. E’ stata una lunga giornata caratterizzata da problemi che non mi aspettavo, ulteriori decisioni dell’ultimo momento e la necessità di dover smontare la pala del timone perché sul carrellone non c’entra, peccato, dovremo rimontarla appena arrivati a Fiumicino. Nel primo pomeriggio cerco Pino che non vedo da più di un ‘ora e non lo trovo. Non c’era da nessuna parte, alla fine decido di chiamarlo al telefono e lui riappare, come per magia…..era sul pozzetto a dormire!! Sarà la prima persona che ha trascorso un breve ma significativo momento di relax sulla mia nuova barca. Quando finalmente andiamo via dal cantiere, non prima di aver stappato un paio di bottiglie di spumante e brindato con le maestranze, abbiamo l’emozione di sorpassare, lungo la via Aurelia, il convoglio che trasportava Alisea, carrellone preceduto e seguito da auto di scorta con i lampeggianti. Si va a casa, Alisea andrà a Fiumicino per conto suo, ormai è grande e può passare una notte fuori da sola, io la rivedrò l’indomani quando sarà adagiata lungo gli argini del Tevere all’altezza del ponte della Scafa.

 

Da questo momento comincia un’altra storia, quella legata all’allestimento. Dico subito una cosa. Due mesi dopo l’arrivo a Fiumicino e nel pieno dei lavori, Angelo, uno dei titolari del cantiere dove si trovava mi ha chiesto quale fosse la cosa più difficile della costruzione. La risposta l’ha meravigliato e forse ha creduto essere un depistaggio per eludere la verità: la cosa più difficile è stata la preparazione. Eppure è proprio così. Ho talmente lavorato a questo progetto, ho talmente studiato ogni dettaglio, letto, chiesto a questo e a quello, trascorso serate e intere giornate su internet, che alla fine sapevo esattamente cosa dovevo fare e farlo è stata la cosa più facile ed anche divertente. Anzi, se devo dirla tutta, è stata una esperienza assolutamente esaltante. Più vado avanti in questa avventura e più mi convinco che avendo tempo, passione e voglia ogni velista la sua barca dovrebbe costruirsela facendola somigliare quanto più possibile alla barca dei propri sogni. C’è una sola cosa che veramente mi ha esasperato, il fatto di lavorare all’aperto. Sarebbe stato impossibile trovare un capannone dove lavorare, ma il fatto di essere continuamente esposto alle intemperie in una stagione particolarmente piovosa e senza ne oblò ne passauomo e ne la finestratura del deck saloon che è arrivata i primi di giugno mi ha davvero infastidito. Trovare la barca bagnata, con l’acqua che entrava anche dentro e bagnava tutto compreso il legno grezzo dell’arredamento in costruzione mi ha fatto iniziare molte giornate con una sonora e rumorosa incazzatura…..

 

“Una volta, dopo aver sopportato gli infiniti rimproveri che Santippe gli rovesciava addosso dai piani superiori della casa, Socrate si ritrovò innaffiato di acqua sporca. A questo ultimo insulto, dopo essersi asciugato la testa, non rispose altro che: ‘Ero certo che a questi tuoni sarebbe seguita la pioggia’”. Gerolamo, Contra Ioviniamun, I, 48.

 

C’è, in effetti, un secondo problema che mi ha davvero stressato, si tratta della ruggine. Quando si parla di una barca in ferro è evidente che la ruggine è uno dei problemi principali, forse il più grande. Ero, pertanto, preparato ad affrontarlo e, come per tutti gli altri aspetti della costruzione di questa barca, ho effettuato ricerche sull’argomento. Tutto ciò che sono riuscito a trovare, però, riguarda la corrosione del metallo ad opera della ruggine. Sia i testi consultati, i siti internet, le esperienza di altri autocostruttori di barche in ferro e, non ultimo, il cantiere che ha costruito lo scafo, tutti parlano delle ruggine negli stessi termini: tanto primer, tanta vernice e controllare continuamente le colature eventuali. Partendo da questo punto di vista l’approccio sembrerebbe obbligato: prima che spunti la ruggine da sotto il primer di cantiere vado con due mani di primer grasso, se c’è qualche punto scoperto prima di verniciare carteggio, alla fine do giù almeno 5/6 mani e tutto dovrebbe essere sotto controllo. In effetti lo è sotto controllo, lo scafo è a posto, difficilmente attaccabile nell’immediato. Dopo tutto il ferro è facilmente verniciabile e quindi con poco sarà possibile, in seguito, fare manutenzione. Il problema di cui nessuno parla (vedi Rodolfo Foschi su Bolina di luglio/agosto 2005 per esempio) è la ruggine che si forma per l’ossidazione della polvere di ferro prodotta da perforazione o taglio della lamiera. Ogni buco effettuato con un trapano anche il più piccolo produce un quantitativo di scarti di ferro che nel giro di poche ore si ossida tappezzando la coperta o la sentina di puntini più o meno grandi di ossido. Non è ossido della struttura, non avrà neppure la forza di penetrare la vernice ed attaccare il ferro ma è terribilmente antiestetica e crea un orribile sensazione di vulnerabilità della barca. Con questo genere di problema, durante la lavorazione si finisce per convivere rassegnati. Di buchi se ne fanno un’infinità e quando si pensa di aver finito e si da giù la mano buona ti vengono in mente i prossimi. Stando all’aperto il problema si aggrava intanto perché a contatto con l’umidità dell’ambente si ossida prima e poi perchè il vento aiuta a spargere il pulviscolo ovunque, anche molto lontano dal punto di lavorazione. Non so ancora come andrà a finire questa storia. Non so se e quando potrò dare la mano definitiva, quella che regge per qualche anno e non so neppure quanto tutto ciò che non sono riuscito ad asportare carteggiando ed ho ricoperto di vernice possa costituire, in seguito, un problema. Esperti da me consultati mi hanno garantito che quel genere di materiale una volta affogato nella vernice cessa di agire…..staremo a vedere. Per ora è un problema avvilente, a volte faccio fatica a guardare la barca poi però ci vernicio su e tutto torna all’antico splendore.

 

 

 

 

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